C’è un momento in cui una tendenza smette di essere una cosa da addetti ai lavori e diventa una cosa che si vede in giro. Per le tuniche, i drappeggi e i sandali allacciati fino al polpaccio quel momento ha una data precisa: il 16 luglio 2026, giorno in cui è uscito nelle sale italiane il film che Christopher Nolan ha tratto dall’Odissea.
La sequenza dei fatti, però, è rovesciata rispetto a come viene raccontata di solito. Il film non ha inventato niente. Quando è arrivato in sala, gli stilisti avevano già mandato in passerella quell’immaginario con le collezioni per la primavera-estate 2026, e il tappeto rosso del Met Gala lo aveva già ospitato. Quello che il cinema ha aggiunto è un’altra cosa, e non è poco: un volto riconoscibile, quello di Zendaya, e un motivo per parlarne per settimane di fila.
Vale la pena rimettere in fila due storie che di solito viaggiano separate. Da una parte il set, con il gelo islandese e il modo in cui Zendaya è finita nel cast, che ha raccontato Amica. Dall’altra le passerelle e i red carpet, letti da iO Donna. Insieme spiegano perché questo stile da dea greca sia ancora in circolazione adesso che il clamore del debutto si è spento.
Le sfilate ci erano arrivate prima del film
Il punto di partenza, secondo la ricostruzione di iO Donna, è che le collezioni per la primavera-estate 2026 erano già piene di riferimenti antichi molto prima dell’uscita. Tre case diversissime tra loro sono andate nella stessa direzione, ed è questo a rendere il fenomeno una tendenza e non una coincidenza.
Da Roberto Cavalli la sfilata è una successione di abiti da dea contemporanea: scolli profondi, spacchi, stoffe leggerissime. Da Tove il capo che comanda la collezione è l’abito a tunica, drappeggiato per stare al passo con il gusto di adesso. Victoria Beckham sceglie invece la via meno letterale: una canotta con le piume di gusto ellenico, che però si mette sopra i pantaloni sartoriali. È un abbinamento che guarda più al quiet luxury, cioè ai capi neutri e senza logo, che all’Antica Grecia.
C’è poi un appuntamento che viene prima ancora delle sale cinematografiche: il Met Gala 2026, la serata di beneficenza che ogni anno detta l’agenda del red carpet. Il tema era Fashion Is Art, e sul tappeto sono comparsi abiti da statua classica: Suki Waterhouse con un look della collezione Michael Kors, Elizabeth Debicki con un drappeggio color crema dal taglio a tunica firmato Vera Wang Haute Couture. L’haute couture, va ricordato, è l’abito cucito su misura in atelier, un pezzo unico che non arriverà mai in negozio.
Chi ha visto quelle immagini e poi il film ha avuto l’impressione di un’onda partita dal cinema. In realtà è il contrario: il cinema è salito su un’onda che il sistema della moda aveva già messo in acqua.
Perché il volto della tendenza è diventato Zendaya
A tenere insieme le due sponde, scrive iO Donna, è stato il cast, impegnato in un giro promozionale mondiale. E il modo in cui il cast si è vestito ha una sua logica. Zendaya e Anne Hathaway, che nel film sono rispettivamente Atena e Penelope, hanno praticato alle premiere quello che nel settore si chiama method dressing: vestirsi da protagoniste del proprio personaggio anche fuori dal set, trasformando ogni apparizione in un prolungamento della pellicola. Dietro le scelte di Zendaya c’è il suo stylist, Law Roach.
Il risultato più citato è il red carpet di New York. L’abito bianco richiama la Nike di Samotracia, la statua greca alata, e ha delle vere ali applicate: porta la firma di Matieres Fecales ed è della collezione autunno 2025. In un’altra uscita l’attrice ha recuperato dall’archivio una mini tunica Alberta Ferretti con dettagli in oro, datata 2008: un capo che oggi ha diciotto anni ed era stato disegnato quando questa tendenza non esisteva ancora. Ai piedi, sandali gladiatore che salgono fino al polpaccio, il modello Clementine di Sophia Webster.
Curiosamente, la parte più fedele all’antichità non è nel film. Sempre secondo iO Donna, la costumista Ellen Mirojnick ha lavorato su soluzioni piuttosto moderne, raccogliendo anche qualche critica. Sul tappeto rosso, invece, il riferimento classico è stato molto più esplicito. La citazione arriva insomma più dagli abiti delle serate promozionali che dai costumi di scena.
Resta la domanda di partenza: perché proprio lei. Una risposta l’ha data il regista, che in un’intervista aveva motivato così la scelta: «interpreta letteralmente una dea, è un compito arduo, ma è anche una vera stella del cinema». Il ruolo divino e la popolarità dell’attrice, nella lettura di Nolan, sono la stessa cosa. Ed è esattamente il materiale su cui la moda lavora meglio.
Come Zendaya è arrivata a interpretare Atena
Il modo in cui l’attrice ha ottenuto la parte, raccontato ad Access Hollywood da Tom Holland, è la parte meno divina di tutta la vicenda. Nolan aveva già assegnato a Holland il ruolo di Telemaco, il figlio di Ulisse. Poi gli ha chiesto un permesso: gli dispiaceva se avesse proposto a sua moglie il ruolo della dea?
Holland, che ha raccontato l’episodio insieme al collega Robert Pattinson, ha ammesso di aver temuto tutt’altra richiesta, per esempio di indossare dei rialzi nelle scarpe per sembrare più alto sullo schermo. La domanda vera lo ha lasciato spiazzato in senso opposto, e ha risposto che non ci sarebbe stato niente di offensivo, anzi. Si è offerto lui stesso di portare la notizia a casa. La ragione, ha spiegato, è affettiva prima che professionale: sapeva quanto la moglie ammiri quel regista, visto che Interstellar è il suo film preferito.
Il finale della scena vale il resto. Rientrato a casa, Holland non ha detto subito di cosa si trattava: le ha semplicemente suggerito di rileggere la sceneggiatura che avevano già sfogliato insieme, questa volta però tenendo in mente il personaggio di Atena. Lei, ospite del podcast Happy Sad Confused insieme a John Leguizamo, ha ricordato di aver pensato che il marito la stesse prendendo in giro. I due, all’epoca appena sposati, si sono così ritrovati sullo stesso set: nel film Ulisse è Matt Damon, Penelope è Anne Hathaway, e nel cast figurano anche Charlize Theron, Robert Pattinson e Lupita Nyong’o.
Da lì è partito un doppio appuntamento estivo al cinema: tredici giorni dopo l’Odissea, il 29 luglio, la coppia è tornata in sala con Spider-Man: Brand New Day. Due uscite in meno di due settimane vogliono dire due file di premiere, e quindi altrettante occasioni di vestirsi. Anche questo, per una tendenza, conta.
Il gelo in Islanda e il primo ciak andato storto
Se c’è un aneddoto che smonta l’idea della dea, è quello del primo giorno di riprese. Si girava in Islanda, con la temperatura di pochi gradi sopra lo zero. L’attrice, che aveva passato il tempo a imparare le battute a memoria per non sbagliare, si è accorta che il problema non era la memoria.
«Faceva davvero freddo, eravamo in Islanda, la mia bocca era completamente congelata», ha raccontato nel podcast citato da Amica. Quello che è uscito dalle labbra bloccate, ha ammesso ridendo di sé, è stato un borbottio senza senso. Nel racconto l’imbarazzo di quel momento si mescola all’emozione di lavorare accanto a colleghi che ammirava da tempo, e alla necessità di isolarsi mentalmente per riuscire a concentrarsi soltanto sul lavoro.
Il regista ha ridimensionato l’episodio dicendosi soddisfatto della sua prova fin dall’inizio, e ha scherzato sul fatto che le lamentele per il freddo non fossero un suo problema. Matt Damon e lo stesso Holland hanno poi raccontato un dettaglio che sul set ha fatto rumore: Zendaya è stata l’unica a ricevere un complimento esplicito da un regista notoriamente silenzioso.
Questa scena, una divinità che balbetta perché ha le labbra gelate, è la ragione per cui il personaggio ha funzionato anche fuori dalla sala. La tendenza vende un’immagine solenne; il racconto del set la rende simpatica. È la combinazione che tiene in piedi un’estetica per più di una stagione, invece di bruciarla in un weekend di incassi.
La moda torna sull’antichità da almeno nove anni
Conviene togliere a questo revival l’aria della novità assoluta. Il riferimento più netto citato da iO Donna è la sfilata Cruise 2017/2018 di Chanel, intitolata La Modernité de l’Antiquité: dentro al Grand Palais, per volontà di Karl Lagerfeld, erano state ricostruite delle rovine classiche. Sono circa nove anni prima delle collezioni di cui si parla oggi. Sei anni fa, con l’haute couture primavera-estate 2020 di Dior, Maria Grazia Chiuri era partita proprio dal peplo greco per ragionare sul rapporto tra femminilità, potere e abito.
Vale anche per il cinema. La stessa fonte ricorda che l’Odissea era già stata portata sullo schermo con Ulisse nel 1954 e con Nostos – Il Ritorno nel 1989: settantadue e trentasette anni fa. Il poema, ambientato in epoca micenea, viene ripreso a intervalli regolari, e ogni volta la moda ne approfitta.
Perché adesso, allora? La spiegazione che dà iO Donna non è la nostalgia, o non solo. La rivista la mette così: quando le mode corrono così veloci e l’immagine nasce ormai per lo schermo, il settore si aggrappa alle figure antiche; ma il capo che poi si compra è un abito fluido, che valorizza la figura senza costringerla. Detta in modo più diretto: la tunica piace perché è comoda, e l’Antica Grecia le fornisce una giustificazione elegante.
I tre pezzi che bastano per portarlo adesso
Tradotto in cose che si mettono davvero, l’indicazione di stile della rivista è di lasciar perdere il travestimento e puntare su pochi capi simbolo. Sono tre.
- Il top a peplo. Il peplo era la veste dell’antica Grecia, fermata sulle spalle e lasciata cadere in pieghe. Nella versione di oggi diventa un top con l’orlo arricciato, e sotto ci vanno i jeans: è l’abbinamento che rende l’operazione portabile tutti i giorni.
- L’abito scivolato con un solo dettaglio. Non deve segnare la figura. La differenza la fa un particolare unico: una sola spallina, oppure un’arricciatura messa nel punto giusto. Il colore, per restare fedeli, è il bianco pieno o l’écru, cioè il bianco non candeggiato che tira sul beige.
- I sandali con i lacci, ma bassi. Il gladiatore torna, e i sandali sono tra i grandi ritorni del 2026 nella categoria delle It Shoes, le scarpe che in una stagione vogliono tutti. La versione indicata per la sera è però rasoterra, non quella che sale sul polpaccio come nei look da red carpet visti sopra. Con un vestito corto in tinta neutra funziona soprattutto in vacanza.
La distanza tra il tappeto rosso e l’armadio di casa, in questo caso, è tutta qui: sul palco il sandalo abbraccia la gamba fino al ginocchio, nella vita normale resta piatto e allacciato alla caviglia. Chi volesse allargare il discorso alle calzature della stagione può partire dalla nostra guida ai sandali e a come sceglierli, mentre il quadro dei capi estivi sta nel pezzo su come vestirsi nell’estate 2026.
Cosa resta quando il film esce dalle sale
La conclusione più utile è quella da cui siamo partiti. Poiché la tendenza non è nata dal film, non se ne va con lui: gli abiti che la contengono sono quelli delle collezioni primavera-estate 2026, disegnati e sfilati prima che l’Odissea arrivasse in sala il 16 luglio. Il giro promozionale ha funzionato da amplificatore, non da innesco.
C’è anche qualcosa da imparare su come funzionano oggi i lanci. Un film mette in circolo un immaginario che la moda ha già preparato, un’attrice molto conosciuta lo incarna per qualche settimana e il resto lo fanno le fotografie dei tappeti rossi: un meccanismo che si ripete a ogni stagione di premiere, come mostrano i vestiti più riusciti delle star sul tappeto rosso di Cannes.
Quello che rimane a chi guarda da casa, alla fine, è la parte meno spettacolare: un top arricciato, un abito chiaro con una spallina sola, un paio di sandali allacciati. Tre pezzi che si possono mettere senza nessuna divinità di mezzo, e che sopravvivranno con ogni probabilità alle labbra congelate del primo ciak.







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