Fendi Couture, il debutto di Maria Grazia Chiuri alla maison

Il 9 luglio 2026 a Roma Maria Grazia Chiuri ha firmato la sua prima alta moda per Fendi: il desiderio come tema e un rimando dichiarato al 1977 di Lagerfeld.

Fendi Couture, il debutto di Maria Grazia Chiuri alla maison

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Il 9 luglio 2026 Maria Grazia Chiuri ha mostrato a Roma il suo primo lavoro di alta moda per Fendi. La passerella era allestita nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, e fra il pubblico sedeva Jessica Alba. Alta moda, o couture, vuol dire capi costruiti a mano negli atelier della casa: non sono i vestiti che si trovano appesi in negozio, sono il laboratorio in cui una maison decide che cosa vuole diventare.

Il perno di questa prima volta, nel racconto che Fashion Times ha pubblicato a luglio, e a cui si devono tutti i dettagli riportati qui, è una parola sola: desiderio. Non inteso come tema decorativo, ma come la forza che, secondo la stilista, modella il corpo, i sentimenti e la libertà con cui una persona sceglie di mostrarsi. Attorno a questo nucleo ruotano sensualità, erotismo, piacere, e una figura femminile spontanea, senza malizia calcolata.

Il filo che riporta al 1977 di Karl Lagerfeld

Nella collezione compare un personaggio preciso: c’è una giovane tedesca, e c’è la Roma di fine anni Settanta che lei attraversa. Il rimando è al fashion film Histoire d’eau di Jacques De Bascher, che Karl Lagerfeld aveva voluto per la sua prima collezione di pronto moda disegnata per Fendi, nel 1977.

Il conto è presto fatto: tra quel film e questa passerella passano quarantanove anni. Ed è un accostamento che dice più di quanto sembri, perché mette una accanto all’altra due prime volte della stessa maison, entrambe a Roma. Lagerfeld apriva allora il capitolo degli abiti da vendere in serie; Chiuri apre oggi quello dei pezzi cuciti a mano. Stessa città, stesso marchio, terreno opposto. Citare quel precedente è un modo per dichiarare da dove si arriva mentre si fa una cosa che la casa non aveva mai fatto in questo modo.

Abiti che seguono il corpo, e niente corsetto

La linea di lavoro più evidente riguarda il rapporto fra il vestito e chi lo porta. I capi non costringono la figura: la accompagnano nel movimento, con costruzioni morbide e leggere che scorrono addosso invece di imporre una forma.

In questa direzione vanno gli abiti in chiffon con intarsi a righe bianche e nere, il velluto e il grain de poudre, una lana finissima da sartoria. La forma del kimono riappare su giacche e soprabiti, tanto nel guardaroba femminile quanto in quello maschile. Il dettaglio più significativo, però, è un’assenza: quando la silhouette viene scolpita, a reggerla non c’è il corsetto, ma soltanto il drappeggio, cioè il modo in cui il tessuto viene fatto cadere e trattenere. È l’esatto contrario di quanto si è visto altrove nell’ultimo anno, quando la struttura rigida era tornata al centro, come nelle passerelle della scorsa primavera che avevano rilanciato il corsetto.

Pelliccia leggera come una piuma, tulle che tiene in piedi i mantelli

Il metodo dichiarato è quello della sottrazione: si toglie peso, invece di aggiungerlo. La pelliccia, materiale con cui Fendi ha un rapporto lungo, viene lavorata finché non pesa quanto una piuma, e le righe bianche e nere restano ferme grazie al tulle. E il tulle, di solito un velo di riempimento, qui diventa un elemento portante: è quello che tiene in piedi cappe e mantelli, dove gli arabeschi diventano foglie, piume, fiori, fatti volta per volta di pelle, di pelliccia, di tessuto.

Nei capi maschili gli stessi elementi cambiano funzione e diventano coperta, riparo, rifugio; la varietà delle pellicce, nel racconto della collezione, rimanda alla leggerezza delle farfalle. La pelle serve invece a tracciare motivi sul bianco di un cappotto in cachemire double, il tessuto a due strati che si porta senza fodera.

Che cosa se ne porta a casa chi guarda da fuori

Nessuno di questi capi arriverà in vetrina così com’è: la couture non è un catalogo, è una dichiarazione di intenti. Chiuri la descrive infatti come uno spazio di sperimentazione, in cui gli abiti diventano strumenti di progetto pensati per valorizzare chi li indossa, e gli atelier come organismi vivi dove competenze diverse si parlano di continuo.

Il segnale utile, per chi segue le stagioni piuttosto che le sfilate, sta in quell’assenza di corsetto e in quel lavoro di alleggerimento: è la direzione che una casa sceglie quando può permettersi di non pensare al prezzo. Le ricadute concrete si vedono altrove, nelle collezioni pronte da indossare e negli accessori, dove le tendenze borse dell’autunno inverno 2026/2027 raccontano la stessa stagione con altri mezzi. Qui, invece, resta il gesto iniziale: un debutto costruito su una parola, il desiderio, e su una data del 1977 tirata fuori dall’archivio per non far sembrare tutto questo un punto di partenza da zero.

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